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Poesia di Roberto Benigni

Se quella notte, per divin consiglio,

la donna Rosa, concependo Silvio,

avesse dato ad un uomo di Milano

invece della topa il deretano

l’avrebbe preso in culo quella sera

sol Donna Rosa e non l’Italia intera.

 

Roberto Benigni

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  • SOPRAVVIVA L’ITALIA

    IL CAVALIERE SOGNA GHEDDAFI

    Non uccidermi! Son qui ritirato,
    non t’accorgi di quel che mi contorna?
    Dove quelli che ho sempre lodato?

    Non uccidermi! Non è storia che orna,
    ma promessa di vita a te donata,
    se salvo tuo rais a casa torna.

    Non temo nulla, è così andata,
    sono ora guerriero combattente,
    in questa fogna sozza, malandata.

    Bloccate quello sciocco balbuziente,
    di gloria rapito ad alto costo,
    dalla Nato otterrà zero e niente.

    E quanti siete fuor dal vostro posto!
    Conquisterete ciò che più v’aggrada,
    ma fermatelo, lui è proprio tosto!

    Abbassa l’arma, la mia testa è rada.
    Ma conosco un premier che l’ha piena,
    coi cavilli la legge tien’ a bada.

    Tu non sperare, maledetta iena!
    Se non vorrai patir la mia vendetta,
    l’anello bacia, a scanso d’ogni pena.

    Laggiù nel golfo, quella mia vedetta
    controlla da lontano l’oro nero,
    sognando una gran luce in vetta.

    Capir devi, da me discende il vero
    sui misfatti di tutti i governanti:
    misteri di nostro mondo intero.

    INCUBO E RIMORSO

    Luride mani di pochi briganti,
    gruppo sparuto t’ha dato la morte,
    senza valenza dei voli accecanti.

    Duri consigli di quanti fan corte,
    inganni certi di falsi giuristi,
    ora ti narro di questa mia sorte:

    campo presi contro i comunisti,
    in politica scesi contro tutti,
    per mostrare che son poveri cristi.

    Convinsi quel tale che fa rutti
    a pasturar il mare coi migranti,
    da te in fuga entro grandi flutti.

    La Padania è terra di giganti
    sognanti una giusta secessione:
    schiaffi federali a tutti quanti.

    Così dissi: or’è la selezione,
    garanzia d’accesso in Forza Italia,
    buone fattezze son la condizione.

    Non avrò occhi attenti d’una balia,
    sono un grande capo piduista
    erede d’una mente che ammalia.

    Faccio del buon progetto l’apripista,
    ho ingaggiato gente di livello,
    fan trenino a saturar la lista.

    Di richiami pervasi lor cervello:
    negherete per sempre l’evidenza,
    a presidio sicuro del bordello.

    corna e ribaltoni con licenza,
    l’ulivo sorpassammo con l’inganno
    d’un contratto privo d’ogni decenza.

    La sinistra complottò per far danno
    coi forti, già poteri controllati.
    L’ho bloccati, anno dopo anno.

    Con norme per persona e bollati,
    infanganti messi a lor garretto,
    nel complesso, sì, li ho ben marcati.

    I terroni, onerati dal berretto,
    imposte riporranno dietro schiena,
    riscoprendo traino e carretto.

    Chi mi scorta sarà ricco senza pena,
    tanto t’ho detto perché mi sei amico.
    Il dopo c’è, e sangue frem’in vena:

    porge mia sposa foglio al nemico,
    svela mio vizio per donne bambine,
    narra di orge e d’altro non dico.

    Briga ci fu, come fanno le ndrine,
    al fondo si schiuse grande pantano,
    colsero tutte mie grazie divine.

    Ministri, questori fanno baccano;
    fermo io strido con piglio furente:
    lei è nipote d’un grande egiziano!

    Son gl’inquirenti gran guaio d’ambiente,
    coi riformisti hanno incastrato
    Mora, Minetti, e Fede che mente.

    Cosa faranno, saper non è dato.
    E’ pel sol capo sì breve il processo,
    chi tal non è, è bello e spacciato.

    Or son caduto, e più non m’addentro,
    baratro vien dal mercato globale.
    Si salvi chi può, io sono già dentro.

  • altri due versi per la poesia di Benigni:
    “sarebbe stata, come estrema ratio
    cosa migliore anche la fellatio”

  • Per le feste di Natale
    c’è qualcosa di speciale
    che ti attende nel camino
    ma non è gesù bambino
    camuffato in mezzo ai doni:
    PORCO CANE è BERLUSCONI!

    Così pure a Capodanno
    c’è un nanetto a portar danno
    là tra i fuochi o tra la neve
    con la sua statura breve,
    viene a spegnerci i neuroni:
    PORCA TROIA è BERLUSCONI!

    Se ti affacci al davanzale
    tu lo vedi a Carnevale
    fra un Gianduia e un Arlecchino
    noterai il suo parrucchino
    fra i coriandoli ed i suoni:
    CAZZAROLA è BERLUSCONI!

    Conta poi sino a quaranta
    e con la settimana santa
    fra i devoti ed una croce
    sempre ancora quella voce,
    mai darà le dimissioni:
    MA CHE PALLE è BERLUSCONI!

    Mentre i giorni passeranno
    lui verrà al tuo compleanno
    per soffiarti le candele,
    burla giudici e querele,
    con festini e corruzioni:
    QUANTO è TOSTO BERLUSCONI!

    In estate a ferragosto
    saldo e rigido al suo posto
    con sorrisi e goliardate
    ci verrà a sparar cazzate
    pure sotto gli ombrelloni:
    CAZZO HAI ROTTO BERLUSCONI!

    E così l’anno venturo
    senza fine e imperituro,
    né l’età né le stagioni
    coi processi o i ribaltoni
    ce lo levan dai coglioni:
    VAFFANCULO BERLUSCONI!

  • Nano pene

    Oh Benigni hai ragione
    sul dolor di tutti gl’ani
    che a molti dà cagione
    non aver più culi sani.

    Chi però final non paga
    escort donne la mercede
    certo è non solo vaga
    la vergogna del suo pene.

    E si va così contenti
    chi con in dolenti ani
    chi invece più scontenti
    con i loro peni nani.

    Di Milano non è giusto
    fare cenni sul suo ano
    loro molti non han gusto
    di pensar al psico nano.

    Quella foto già famosa
    di consiglio presidente
    dà l’idea non fumosa
    della mano d’un demente.

    Chi però l’ha ben voluto,
    a suo dir l’Italia intera,
    con il segno del cornuto
    lo tien da mane a sera.

    Il resister con poesia
    a sto’ mondo rovesciato
    con compagna l’ironia
    salvi noi e chi è nato.

  • VEDA BENIGNI CHE AL DIVIN AMORE,
    ECO LE AVESSE FATTO UN BUON CONSIGLIO,
    INVECE CHE A FAR RIMA CON MILANO,
    PER SUSCITAR PIù FACILI CONSENSI,
    LE AVESSE SCORREGGIATO IL DERETANO

  • Pè superà la crisi economica, bigna annà all’osteria
    (e nun ce vòle Ermete Trimegisto)

    Drento all’osteria, c’ereno, colle carte in mano
    ‘na ventina de giovinotti e nun ve sembri strano.
    Sarvognuno! de lavoro, oramai, ce n’e poco assai,
    vòi o nun vòi, quelli sicuro nun l’hanno visto mai.

    Così, tutti ereno presi dar gioco der tresette
    e strafaceveno tutti, a chi più voce cià, più mette.
    -Sò piombo a spada! E battite la napoletana;
    invece m’esci a coppe. Hai perzo a tramontana.-

    -A Richè, io l’ho accusata, nun fa er dottore!-
    -A Romè,quanno ciai le carte te viè er tremore.
    Hai da figuratte er gioco, fa funzionà l’intelletto
    Ditejelo puro voantri, che se n’annasse a letto.-

    Er son teodoro che li teneva sott’osservazzione;
    c’aveva mò er guizzo bono p’entrà ne la tenzone:
    -A Richè, lassa stà lle carte e vattene a lavorà;
    a te stò gioco, ne la cervice nun te ce pole entrà.-

    -Sì come si er lavoro o trovassivo lì appen’escito,
    stamio a giracce li pollici cò l’uno e l’antro dito.-
    -c’ariochi inzieme all’antri cò tutta stà manfrina,
    poteresti annà allo sgobbo, già da stamattina!-

    V’aricordate de li commerci? Nisuno ce voleva entrà
    L’ebrei se li sò presi, e la vita se la ponno ancor giocà
    V’ariconzolate colla confusione ch’ha attizzato er potere:
    Governo e Confindustria. Ate abboccato a stè chimere!.

    Così, v’hanno cojonato dicenno: questo e quer lavoro,
    nun lo potete fa, perché sinnò,ce perdete de decoro.
    Ma er decoro, l’hanno fatto perde a la nostra società,
    guardative ‘ntorno, vedete che fine cianno fatto fa?
    Anzi! Ve dicheno che ciavemo l’arte de potecc’arrangià.
    Eh sì, nun lavorate, er Potere, probblemi mica ve ne fà
    D’artronne quarcuno o doveno trovà, l’avemio costretti.
    Aòh! Ce sò l’estracomunitari! Capito come cianno fritti?

    E intanto er potere ce sòla; questi sò li loro veri fini;
    ner mentre, t’entreno de strafora tutti sti clandestini.
    E intanto continuamio affà st’economia der menga
    che si er potere arraffa, è giusto, che puro se lo tenga!

    Nun solo li sordi de le tasse fra de loro se sò spartiti
    pè li lor stipendi e imprese, cianno puro impoveriti,
    che dopp’avè raschiato er fonno de la sacca der Tesoro:
    -pè i sordi, qui ce sò le statal’imprese- Cianno detto loro.

    Hanno mess’in vendita li beni che l’Itaja ha accantonato:
    -abbasta collo stato, pijamo tutto e vennemolo ar privato-.
    Ovviamente se sò prese solo quelle bone e mejo avviate,
    quelle indebbitate e nun vendute, Itajani, mò le risanate!

    Pè contro, stò seme de caino, nei paesi delli clandestini,
    s’è subbito fionnato a investìcce, i nostri bei quattrini.
    Che in parte, poteveno servì a dichiarà pè legge decorosi,
    i lavori che dicheno che nun volemo perché semo boriosi.

    Tojennoce antro lavoro, che potevamio fà, ancora e bene
    Lasciannoce ne la fame, ne la povertà e a piagnece le pene.
    E si putacaso un cetriolo casca, nun ce sembra più strano
    si và, giocoforza sol’e sempre, ner diddietro all’ortolano.
    Giovanni Lo Curto

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